6 marzo. “SEMIniamoli”

LUNEDì 6 MARZO 2017

SEMIniamoli

Dopo la sesta edizione di Una Babele di Semi è ora di seminarli questi semi! A.S.C.I in collaborazione con il Vivaio Gariglio vi invita a:

GIORNATA DI FORMAZIONE SU RIPRODUZIONE SEMI E PRODUZIONE PIANTINi BIOLOGICI

Programma:

ore 9 accoglienza e registrazione;

ore 9.30 Biodiversità agricola e riproduzione semi: Luca Ferrero

ore 11 Il biologico e la produzione di piantine: Paola Gariglio

ore 12.30 pranzo autogestito *

ore 13.30 visita al vivaio Gariglio

ore 14.30 Progetti su semi, miglioramento genetico e popolazioni

ore 16 chiusura.

La giornata si svolgerà presso il Vivaio Gariglio a Moncalieri (TO)

Per la partecipazione è necessaria la prenotazione a

ascipiemonte@gmail.com

costi: all’insegna della reciprocità è benvenuto un contributo NON IN DENARO a discrezione del partecipante a favore degli organizzatori (es bottiglia di vino, marmellata, libro ecc ecc)

* pranzo: ognuno porta per se e per gli altri

4 marzo. Cavallerizza “chiamata per cuochi ribelli”

Solitarie monoporzioni.
Pomodori che non sanno di pomodoro e frutta tutta uguale.
Grandi catene, enormi sprechi.
Sfruttamento del lavoro, distruzione della terra.
Decine di intermediari, prezzi folli e quasi niente pagato ai produttori.

Non è questo il mondo che vogliamo!

La Zappata è una Cucina Autogestita fuori dalle logiche del capitale: sarà il mezzo per sperimentare insieme nuovi modi di produrre e consumare, economie solidali e di relazione, sarà uno spazio dove far “lievitare” comunità orizzontali.

Ci vediamo il 4 Marzo alle 18 per parlare di rivoluzione… e di come gestire e intendere la cucina.
Siamo pronti ad accogliere chiunque voglia dare il proprio contributo. Soprattutto in vista della seconda edizione di “HERE” che necessita delle energie di tutt* e per il quale si sta iniziando a pensare ad un progetto da proporre come gruppo in cui valorizzare socialita, arte e lotta contadina.

Appuntamento sotto i portici della Cavallerizza.

cuochi-ribelli

Nasce “Senza strada” il blog de La Calcina

A casa nostra non arriva la strada. Non è che non la vogliamo… la vorremmo, ma non c’è.

Spieghiamoci meglio.

Siamo una famiglia di 4 persone. Chiara e Simone, i genitori. Arianna, la figlia maggiore, di 6 anni. Teo il figlio minore, di quasi 2 anni.
Abbiamo cercato per alcuni anni un luogo dove vivere e abbiamo fatto alcuni esperimenti, finché abbiamo trovato un posto speciale: Borgata Calcina,nel comune di Condove, in Valle di Susa. Si tratta di uno sparutissimo gruppo di case di montagna, in mezzo a boschi e pascoli, tra le valli dei torrenti Sessi e Gravio.

Senza smenarla troppo sui perché e sui per-come, diciamo che la borgata ci è piaciuta tanto che ci siamo venuti a vivere, anche se non c’è la strada. Un giorno ci siamo guardati in faccia e ci siamo detti: “Se vogliamo fare ‘sta cavolata, facciamola subito”.

Così ogni giorno facciamo avanti e indietro, avanti e indietro, su un bel sentiero: per portare i bimbi a scuola, andare a lavorare, andare a far la spesa, insomma tutte le cose che servono. Il sentiero è lungo circa 500 m e si percorre in 5 – 10 minuti, a seconda della velocità con cui cammini…continua

Tra sisma e sistema – Comunicato

 

La terra trema e continua a tremare. L’ultimo grande evento sismico ha cementato in tutti la consapevolezza che ci troviamo dinnanzi ad un fatto eccezionale, unico e devastante. E’ difficile reagire, trovare le forze e le energie per ripartire. Dobbiamo tornare indietro più di tre secoli per trovare delle similitudini con quello che stiamo vivendo ora. Gli appennini sono una terra altamente sismica nella quale i montanari  hanno sempre vissuto e mai l’hanno abbandonata nonostante oggi appaia tanto ostile e faccia tanta paura. In passato non c’era uno stato che sovradeterminava in modo così opprimente le esistenze di ogni singolo cittadino, soprattutto in luoghi tanto remoti e lontani dai centri del potere, perciò c’era un’intromissione minima, marginale. Non aiutava, ma non interferiva nemmeno. Eppure i montanari sono rimasti, ce l’hanno fatta senza uno stato, senza sms di solidarietà e senza fondi europei.

Ci vengono in mente allora le comunanze agrarie, esperienze di uso civico delle terre, da sempre presenti nelle zone montuose, ma che nei nostri appennini hanno le realtà più significative e numerose. Se andiamo a guardare la mappa della distribuzione delle comunanze nelle Marche, sembrano tanti epicentri, quasi a combaciare idealmente con quelli delle scosse di questi mesi. Le comunanze non erano solo uso collettivo delle terre, erano solidarietà, mutuo soccorso, autorganizzazione, protezione e salvaguardia di un territorio. Non sappiamo se la nostra è una giusta intuizione, ma ci piace pensare che le comunanze siano state la rete che abbia permesso a quelle comunità passate di sopravvivere ad eventi drammatici come quello che stiamo vivendo ora, di autorganizzarsi e ricostruire. Ritrovare la memoria storica e guardare al modello delle comunanze potrebbe essere un buon punto di partenza per andare avanti. Riscoprire vecchie alleanze sopite, crearne delle nuove con chi pratica modelli autogestionari e ristabilire l’assetto comunitario che ha permesso per centinaia di anni ai montanari di vivere nelle loro terre senza le ingerenze dello stato. Tutto ciò potrebbe evitare di spopolare definitivamente le nostre montagne e di superare questi momenti così critici.

La violenza della burocrazia che anche nel momento più alto dell’emergenza impedisce agli individui di riorganizzarsi e di fare fronte in modo autonomo e tempestivo alle calamità abbattutesi sui propri territori, è complice diretta della tragedia.

La maggior parte dei comuni colpiti dalle scosse susseguitesi in questi mesi, non ha autorizzato l’autocostruzione di ricoveri temporanei per quegli animali che, protagonisti della sopravvivenza stessa di quelle comunità, oggi muoiono sotto la neve, tra le lacrime ipocrite di questa società.

 

Come SEMINTERRATI e GENUINO CLANDESTINO riteniamo che la costruzione di modelli autogestionari partecipati, sia la risposta radicale e propositiva ad un sistema dominante fallimentare e insostenibile

4/2. Cibo del vento – Teatro contadino libertario

Cibo del Vento di e con Teatro Contadino Libertario (Italia) e Collectif Libertalia (Belgio) – PRIMA TAPPA DELLA TOURNEE IN ITALIA

presso la Cavallerizza Reale, via Verdi 9 – Torino ore 21.00

« Cibo del vento »
Liberamente adattato dalla « Lettera ai contadini sulla povertà e la pace » di Jean Giono
Prodotto e messo in scena dal Teatro Contadino Libertario (Italia) e dal Collectif Libertalia (Belgio)

Una fiaba contadina contemporanea, come un inno alla vita, dove l’onirico e il reale si confrontano per scuotere le coscienze addormentate di fronte agli ingranaggi di un sistema sempre più disumanizzante.

Lo spettacolo « Cibo del vento » è nato dall’incontro fra il Teatro Contadino Libertario e il Collectif Libertalia intorno al testo di Jean Giono : « Lettera ai contadini sulla povertà e la pace ». Il miscuglio tra Italia e Belgio, l’incontro fra campagna e città ha generato un terriccio comune, umano e fertile. Nonostante la distanza e le realtà di vita diverse, dei legami si sono tessuti e una tela di fondo si è creata. Ogni uno di noi si è commosso nella propria singolarità dalla profondità del testo di Giono e la voglia di condividerne il contenuto, l’essenza, è diventata evidente.

Sinossi:
L’amore per la natura e gli uomini ha portato Mario Pala, becchino tenero e bucolico, a trasformare il suo cimitero in un bellissimo frutteto pieno di alberi da frutta. Piantato albicocchi e ciliegi proprio dove sono seppelliti gli innumerevoli contadini che la guerra gli ha mandati, Mario Pala vuole ridare loro la parola.
Ma una certa Giustizia veglia e gli chiede spiegazioni : « Quello che fa è illegale ! »
Davanti al Giudice, Mario Pala comincia a raccontare alcune delle gioie e delle rabbie, cosi attuali delle anime di quei contadini diventati meli e peri che gliele sussurrano all’orecchio
Fra saperi antichi e moderni, non c’è posto né per la nostalgia né per i rimpianti. Qui tutto è affare di trasmissione, amore della natura e piacere nella misura.

****
Le due compagnie sorelle che usano da tempo il teatro come mezzo d’espressione e di cambiamento non hanno aspettato a lungo per buttarsi nell’avventura artistica.
Il lavoro di creazione collettiva si è basato su estratti del testo, esperienze vissute, discussioni, scambi, riflessioni, intorno alle tematiche presenti nel testo di Giono. L’alchimia
dei corpi, la fiducia e l’ascolto di ogni uno, conditi dalla messa in scena di Patrick Duquesne ha fatto il resto…
« Cibo del vento » è il frutto di un lavoro che spacca le frontiere e riavviccina le persone, ri-dando senso a ognuno dei nostri gesti quotidiani mentre non smette mai di rimettere in discussione la nostra condizione umana. Sussurando alle nostre orecchie le nostre pulsazioni interne, rivelando la linfa degli alberi che scorre nelle nostre vene.
« Lettera sulla povertà e la pace » di Jean Giono
Impegnandosi per la pace, Jean Giono denuncia le cause profonde della guerra che sono fra altre, economiche. La moneta non essendo una semplice convenzione di scambio ma un mezzo di governare, è in lei che si radica la dismisura ed il cinismo della speculazione che introduce il denaro tra il contadino e le cose che lavora (la terra ed i suoi frutti). Quindi, questo testo è un elogio della povertà ed un riassetto delle vere ricchezze, legate alla libertà che suppone la rinuncia al denaro.
I meccanismi dell’indebitamento e dell’espropriazione culturale, non solo dei contadini ma di tutti gli uomini, sono associati ai ” tempi presenti” del mondo moderno: specializzazione dei lavori, sostituzione della gioia di vivere per la volgarità del gioco e del guadagno, smembramento di tutto quel che rendeva gli uomini autonomi.
Giono critica il cosi detto progresso, dimostrando per chi e come questo progresso costituisce une vera regressione.
Giono esalta l’indipendenza minacciata del contadino che sta sparendo a favore dell’ operaio specializzato dipendente e quindi schiavo del denaro. Di fronte alla meccanica della guerra moderna, il proprio pacifismo spinge Giono a proporre una rivoluzione individuale che sembra iniziare con la diserzione. Minare la potenza dell’oppressione suppone il rifiuto di parteciparvi/ « L’intelligenza è di ritirarsi del male e tornare a una certa misura : la pace è la qualità degli uomini misurati »
Messa in scena :
Patrick Duquesne
Interpreti :
Corinne Aron
Pauline Brouyaux
Robin Carton
Davide Cecconi
Julie De Cocq
Carine Dubois
Marine Haelterman
Giovanni Pandolfini
Céline Spicy
Emiliano Terreni
Fernando Zamora
Durata :
55 minutes